Intervista con Cesare Fiori, autore assieme a Michele Macchiarola di “Il vetro nel mosaico””

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Il vetro nel mosaico

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Il prof. Cesare Fiori ci parla del saggio: “Il vetro nel mosaico. Dall’Epoca Romana al Rinascimento”, scritto assieme a Michele Macchiarola (https://ilprato.com/libro/il-vetro-nel-mosaico/) .

Il vetro nel mosaico

Intervista all’Autore a cura di Marta Molinari

  • Chi è interessato al contenuto del libro?

Sono interessati al contenuto di questa pubblicazione soprattutto studenti e ricercatori che si occupano di manufatti antichi dal punto di vista dei materiali impiegati, della tecnologia di lavorazione e della loro classificazione su base tecnica, cioè di studi archeometrici. In questo caso si tratta di manufatti musivi e in particolare della produzione di vetro con un’ampia gamma di colori da cui ricavare le tessere dei mosaici. Questa produzione ha avuto effetti anche sulla evoluzione artistica delle opere musive a partire dal primo consistente impiego di tessere vetrose in decorazioni musive di epoca romana.

  • Com’è diventato il vetro un materiale fondamentale per il mosaico?

In periodi precedenti l’epoca romana, le decorazioni musive per molto tempo sono state esclusivamente pavimentali con impiego soprattutto di materiali lapidei e meno frequentemente ceramici; raramente venivano utilizzati vetri colorati, poco resistenti al calpestio. I mosaici pavimentali riproducevano spesso soggetti o scene di dipinti ed erano quindi considerati opere di minore pregio rispetto alla pittura e non vera arte. Dopo l’impiego di elementi vetrosi per la decorazione di fontane e ninfei in epoca tardo-romana, l’uso di vetro nel mosaico è diventato massivo in epoca bizantina con l’affermarsi della decorazione musiva particolarmente di pareti e volte di basiliche cristiane. Decorazioni parietali a mosaico si mostravano molto più resistenti al degrado rispetto a dipinti murali e, lontano dall’usura per calpestio, anche nel rispetto di rappresentazioni sacre, il vetro era un materiale utilizzabile, avendo anche la possibilità di essere prodotto con una varietà praticamente illimitata di tonalità. Ciò rendeva molto realistiche le rappresentazioni favorendo la diffusione del messaggio evangelico e di un nuovo linguaggio artistico svincolato dalla sudditanza rispetto alla pittura.

  • Su quali dati si basa uno studio relativo a un così ampio intervallo cronologico?

La pubblicazione prende in considerazione i risultati di studi archeometrici di tessere musive vetrose svolti in un ampio arco di tempo dagli autori e loro collaboratori e da altri studiosi. Tali studi archeometrici di vetri musivi si sono basati principalmente sulle caratteristiche chimiche dei campioni delle tessere vetrose esaminate. Si tratta di una notevole quantità di dati sperimentali, ma molto eterogeneo riguardo a tecniche analitiche utilizzate per determinare la composizione chimica dei campioni. Inoltre, per ogni caso di studio il numero di campioni esaminato poteva essere da elevato o molto ridotto, con possibilità rispettivamente maggiore o minore di individuare tipologie vetrose, indicandone la relativa tecnologia di produzione. Per l’interpretazione dei dati analitici così eterogenei si è ricorso ad elaborazioni statistiche semplici, non essendo adatti i dati stessi per l’applicazione di elaborazioni più complesse. Ciò ha creato difficoltà nel tracciare un quadro preciso della evoluzione tecnologica della produzione di vetro per mosaico; tuttavia, si è potuto ricostruire per grandi linee tale evoluzione.

  • Come è nato il suo interesse per lo studio del vetro musivo antico?

La mia personale esperienza nello studio archeometrico di vetri musivi è partita quando nella mia città, Ravenna, sono iniziati verso la fine degli anni Ottanta, restauri ai mosaici della basilica di San Vitale. Sono stato coinvolto in questo importante intervento per fornire un supporto di analisi dei materiali e del loro degrado utile alla programmazione delle operazioni di restauro. Mi sono appassionato quindi allo studio del vetro musivo, continuando poi a dare il mio contributo ad altri restauri, arricchendo a mano a mano quello che imparavo sulla storia di questa particolare produzione. Il mio primo collaboratore in questo percorso è stato il coautore della presente pubblicazione.

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