Intervista a Sibyl von der Schulenburg, curatrice del volume sull’incisore tedesco del ventesimo secolo, unico nel suo genere, “Klaus Wrage illustratore della Divina Commedia di Dante”

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Xilografie di Klaus Wrage

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Sibyl von der Shulenburg ci parla del volume da lei curato assieme a Giancarlo Lacchin “Klaus Wrage illustratore della Divina Commedia di Dante”, dedicato alle xilografie realizzate da Klaus Wrage, incisore tedesco del ventesimo secolo, unico nel suo genere, con soggetti tratti dalla Divina Commedia (https://ilprato.com/libro/klaus-wrage-illustratore-divina-dommedia/) .

Intervista all’Autore a cura di Marta Molinari

Che storia c’è dietro questo libro? Come è nato?

Nasce in seguito all’idea di fare una mostra di una serie di xilografie dantesche ritrovate nell’archivio di mio padre: sono opere che l’artista, Klaus Wrage, gli aveva donato perché le potesse usare per illustrare una nuova edizione del suo saggio del 1921 “Dante und Deutschland”, Dante e la Germania.

Per il settecentenario della morte di Dante mi era sembrato appropriato ricordarlo con qualche attività particolare, come aveva fatto mio padre per il seicentenario, e la decisione cadde sulla mostra. Pochi giorni prima del vernissage avrebbe dovuto aver luogo quello di una mostra con le xilografie di Klaus Wrage a Berlino (poi rinviata a gennaio 2022) e questo conferma l’importanza delle illustrazioni della Divina Commedia di questo autore quasi dimenticato.

Il libro, una combinazione tra biografia e catalogo delle 36 opere esposte, è il risultato si una bella collaborazione con il professor Giancarlo Lacchin docente di estetica all’Università Statale di Milano e curatore della mostra. Testi e immagini vogliono dare una percezione nitida del valore e dell’eccezionalità delle opere, nonché della profonda ricerca compiuta dall’artista. L’editore Il Prato ha contribuito non poco e il risultato è ottimo.

Come viene considerato Dante in Germania?

Come scriveva mio padre nel suo saggio del 1921, in Germania per essere considerato mediamente acculturato era necessario conoscere, almeno superficialmente, la Divina Commedia. Direi che ci sono più cultori della Divina Commedia in Germania che in Italia, forse perché leggerlo è una scelta e non un obbligo scolastico e poi perché le traduzioni (e sono varie) sono molto più comprensibili dell’originale in quanto i traduttori non possono tradurre alla lettera, ma devono basarsi sul senso dei versi, sull’interpretazione. Ma qual è l’interpretazione per un traduttore se neppure i dantisti italiani sono certi della loro? Vien da dire che nel mondo circolano migliaia di versioni diverse della Divina Commedia ma un solo Dante Alighieri e, paradossalmente, più avvicinabili dell’originale.

Ad ogni modo, mio padre consigliava ai tedeschi, anche a coloro che non conoscessero l’italiano, di leggere ad alta voce qualche terzina per farsi un’idea della violenza indescrivibile della lingua data dalla posizione delle vocali, dal sibilo e dal ruggito delle parole. Le parole di Dante non sono più parole, sono frecce, fuoco, spade e fiori, che feriscono, guariscono, sferzano e accarezzano l’essere più profondo del lettore.

Per Klaus Wrage l’illustrazione è la via migliore per tradurre i pensieri danteschi, che rapporto aveva dunque con la Divina commedia?

Wrage dice di essere stato salvato dalla Göttliche Komödie. Uscito dall’inferno della prima guerra mondiale e dal campo di prigionia, trovò nella biblioteca di un lazzaretto militare una traduzione della Commedia. La lesse e credo che la considerò come una bibbia trovando in essa tante risposte alle sue domande sulla vita, la morte e il mondo ultraterreno. Dalle poche note biografiche che si trovano sull’artista ho ricostruito la vita di un personaggio travagliato in cerca di una posizione nel mondo e molto fragile benché le sue opere trasmettano una grande forza che lui dice essergli stata data dalle opere di Dante, Vita Nova e Commedia.

E tu che rapporto hai?

Ambiguo, com’è normale in chi legga l’opera in diverse fasi della sua vita a distanza di tempo considerevole. Se poi ci si cimenta anche con qualche traduzione, la confusione aumenta e si deve combattere per trovare un filo che si presenta sempre nuovo ma interessante. Dopo aver letto le considerazioni di Wrage sulla Divina Commedia (fermate in un minuscolo libretto di difficile reperibilità), ho scoperto un aspetto per me nuovo dell’opera più famosa del Sommo Poeta: la numerologia nascosta in tutta la Commedia e le tracce -che per Wrage sono chiari segni- di un Dante templare. Lui era rimasto affascinato da questa idea e, senza dubbio, il simbolismo dei numeri è ben presente in tutta la Commedia. Ai tempi di Dante la numerologia, come ramo dell’esoterismo, era molto in voga e stupirebbe se il Sommo Poeta non se ne fosse servito. Dante non è stato templare. Nel 1307 quando questi sono processati era in Lunigiana a scrivere l’Inferno ma poi vediamo dove ha collocato San Bernardo, ideatore del “malicidio” che giustificava le uccisioni dei musulmani, e Clemente V il papa che fece arrestare gli ultimi templari: il primo è l’ultima sua guida nel Paradiso e il secondo è all’Inferno con i simoniaci.

C’è una sua xilografia che ti ha particolarmente colpito?

Apprezzo tutte le xilografie dantesche di Klaus Wrage, amo in particolare la gestione degli spazi chiari e scuri su cui si fonda l’incisività di quelle opere e che ha dato il nome – Chiaroscuro – alla mostra, ma se dovessi scegliere credo che oggi punterei su Dante nella cerchia dei teologi, una non facile illustrazione di un passaggio del Paradiso, la cantica più difficile da illustrare perché, obiettivamente, la più difficile da comprendere.

Dante nella cerchia dei teoligi

A noi poveri umani è dato più facile immaginare l’inferno e il purgatorio; riusciamo a provare empatia per le anime peccatrici, ma per comprendere i santi, gli angeli e Dio ci vuole ben altro. In questa xilografia l’artista vuole forse esprimere un concetto importante per lui: la teologia rivelata è superiore alla filosofia umana e ci sono momenti in cui la sola ragione non basta per trovare risposte, ma occorre affidarsi alla fede. In sostanza è ciò che ha fatto l’artista in tutti gli anni che ha lavorato per ottenere sempre opere migliori e a me ricorda un pensiero di Benedetto XVI sul pensiero cristiano occidentale: un misto tra ragione e fede.

 

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