Intervista a Paolo Cremonesi, autore del volume “Tensioattivi e chelanti per il trattamento di opere policrome”

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Paolo Cremonesi

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Intervista all’autore della nuova edizione del volume della collana dedicata al restauro I Talenti “Tensioattivi e chelanti per il trattamento di opere policrome” (https://ilprato.com/libro/tensioattivi-e-chelanti-nuova-edizione/) .

Intervista all’Autore a cura di Marta Molinari

Come possiamo far comprendere in modo semplice cosa sono le sostanze che costituiscono l’argomento di questo testo?

Tensioattivi e chelanti sono sostanze della vita di tutti i giorni, direi addirittura onnipresenti nel bene e nel male: nel bene per la loro innegabile utilità, nel male per l’impatto ambientale di un uso che in passato è stato massiccio e poco lungimirante.

I tensioattivi permettono di emulsionare l’acqua con sostanze che per loro natura sarebbero invece incompatibili con essa. Giusto per fare un esempio, questo ha permesso un grande passo avanti nelle pitture e vernici: dalle formulazioni a solvente a quelle a base acquosa. In più, aspetto forse ancora più rilevante, i tensioattivi danno all’acqua la capacità di detergere. Appartengono a questa variegata famiglia prodotti che tutti conosciamo: i saponi. In infiniti ambiti, da quello industriale a quello domestico, dalla cosmesi al settore farmaceutico, a quello alimentare, è veramente difficile oggi immaginare come si farebbe senza queste sostanze. Esistono anche prodotti di origine naturale: la lecitina del tuorlo d’uovo che ci permette di fare la maionese; la bile bovina, un materiale tradizionale dell’arte e del restauro; la saponina ampiamente utilizzata per il lavaggio dei tessili; la nostra saliva, e così via.

I chelanti sono forse meno noti ad un pubblico generale con questo nome, ma basta usare altri termini che ne descrivono il tipo di azione per scoprire ancora una volta che appartengono alla nostra vita quotidiana: anticalcare, disincrostanti. Il loro nome è derivato proprio da “chele”, pensando all’azione di queste molecole, flessibili, che possono agganciare saldamente certi ioni metallici così da renderli solubili in acqua. Se si tratta di ioni Calcio nel calcare che si deposita su tubature ed elettrodomestici abbiamo l’azione disincrostante, ma anche l’azione di addolcimento di acque dure; nel caso di ioni Ferro avremmo invece un’azione di rimozione della ruggine, e similmente per altri metalli un’azione di rimozione di prodotti di ossidazione e corrosione, come la brunitura dell’argento. Ma anche nella medicina, per i liquidi di contrasto di certe tecniche diagnostiche; nell’industria alimentare, per prevenire l’irrancidimento dei cibi causato da ioni metallici catalizzatori di ossidazione. Insomma, i chelanti possono trovare applicazione in qualunque situazione in cui sia necessario regolare la quantità di ioni metallici per prevenire certe trasformazioni o per veicolare questi ioni nel mezzo acquoso.

E più specificamente, nell’ambito della conservazione e restauro dei manufatti artistici, quale è l’utilità di queste sostanze?

I tensioattivi possono svolgere varie funzioni. Agevolare la pulitura acquosa di superfici, quando si tratti di rimuovere un materiale di deposito grasso, oleoso, in termini tecnici “lipofilo”. Ma c’è di più: per superfici intrinsecamente sensibili all’acqua, come tipicamente le dorature a guazzo, i tensioattivi permettono di trasformare una soluzione acquosa che sarebbe incompatibile con quelle superfici, in un’emulsione, cioè un involucro non acquoso intorno alla soluzione acquosa che in un certo senso “inganna” la superficie permettendo così il trattamento. Ma la formulazione di emulsioni più complesse affronta anche un tipo di intervento più profondo della pulitura superficiale: la rimozione di ritocchi localizzati o di più estese ridipinture, in alternativa al tradizionale uso di solventi organici caratterizzati da un elevato potenziale di rischio per l’integrità strutturale dell’opera e per la salute dell’operatore e la sicurezza dell’ambiente di lavoro.

Per quanto riguarda i chelanti, invece, in termini di pulitura delle superfici la loro azione si indirizza verso la componente “idrofila” dello sporco di deposito: polveri di minerali disgregati (dunque composti contenenti ioni metallici), fibre, materiale proteico. Ma anche in questo caso, variando le condizioni del mezzo acquoso che li contiene, con i chelanti è possibile conseguire un’azione ad un livello più profondo: azione di rimozione di strati pigmentati, come ritocchi e ridipinture, proprio per l’efficacia verso la componente ionica dei pigmenti e dei leganti pittorici.

Si può affermare che si tratti di materiali innovativi, o piuttosto che il loro uso sia innovativo?

Forse nessuna delle due affermazioni è corretta. Sono sostanze utilizzate nel restauro da tempo; quello che forse è mancato è un uso più ragionato. Quindi questo potrebbe essere l’aspetto innovativo: l’uso più consapevole e ragionato. E’ un approccio più ampio, che coinvolge l’ambiente acquoso in quanto tale: il veicolo, l’acqua appunto, con tutte le “attività” che essa può supportare. Siamo in debito di questo verso il chimico-restauratore americano, Richard Wolbers, che a partire dagli anni 80 del secolo scorso ha sviluppato in modo sistematico questo approccio, rivoluzionando così a livello mondiale il modus operandi tradizionale. Nel mio piccolo ho aderito ai suoi insegnamenti e da quasi trent’anni li trasmetto. Vari volumi di questa collana I Talenti, a nome mio, affrontano questo approccio. Anche il volume in questione, tensioattivi e chelanti, dev’essere considerato come un tassello di questo mosaico completo che è appunto l’ambiente acquoso. Tutte le sostanze in questione, gli acidi e le basi, i tensioattivi ed i chelanti, hanno una potenziale utilità nel trattamento di manufatti artistici di varia natura, ma dobbiamo conoscerne le corrette condizioni d’uso per poter sfruttare in pieno i loro pregi minimizzando i rischi dei loro inevitabili limiti. Come tutto, del resto, no? Pregi e limiti. Utilità e controindicazioni.

Si tratta di una nuova edizione piuttosto che di una semplice ri-edizione, vero?

Sì, praticamente è quasi un nuovo testo rispetto alla versione del 2004. C’era proprio bisogno di una nuova trattazione: gli argomenti sono gli stessi, ma dopo molti anni non era più dilazionabile aggiornare il modo di presentarli. A livello di conoscenze teoriche c’è stato un grande cambiamento nella formazione dei giovani restauratori nel nostro Paese: la formazione universitaria e dei centri accreditati ormai fornisce un buon livello di conoscenza di base. Così nel nuovo testo ho potuto permettermi un maggiore approfondimento degli argomenti. Ovviamente è sempre possibile utilizzarlo a due diversi livelli: sia come approfondimento teorico che come “manuale” più pratico/operativo.

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