Intervista con Sergio Gnudi, autore di Le oscure stanze

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Sergio Gnudi

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Ferrara, una nobiltà in lento declino segnata dal passaggio delle epoche.  Alcune storie legate alle grandi famiglie dell’età successiva alla devoluzione del Ducato Estense vengono narrate in dieci racconti dall’autore ferrarese Sergio Gnudi nel libro “Le oscure stanze” ( https://ilprato.com/libro/le-oscure-stanze/ ), appena pubblicato.

 Intervista all’Autore a cura di Marta Molinari

Oscure stanze

  • Come è nata l’idea di scrivere un libro riguardante la nobiltà ferrarese e la sua decadenza?

 L’idea non nasce tanto dall’intento o dalla necessità di parlare della nobiltà ferrarese nel momento lento e costante della sua decadenza in seguito alla devoluzione del Ducato. Nasce piuttosto dal desiderio di scrivere e di affrescare una società nel suo declino. Nasce dall’idea di raccontare le oscure spinte dell’animo umano in un momento in cui i valori fondamentali stanno venendo meno. Allora perché proprio la nobiltà ferrarese? Perché è il quadro storico che conosco meglio, perché sono cresciuto nel mito degli Estensi quali magnifici procacciatori di cultura per il Rinascimento. Ma andati via loro ecco che tutta quella che fu una corte frizzante, incomincia a illanguidire e a ripiegarsi su se stessa. Ma potrebbe essere una qualsiasi altra realtà nel momento del suo declino.

Questi non sono e non vogliono essere racconti storici. E tanto meno vogliono essere noir nel senso classico del concetto. Se a qualcosa o a qualcuno ho pensato, mentre li scrivevo è l’Ottocento letterario francese e uno dei suoi epigoni nella scrittura breve: Guy de Maupassant.

L’Ottocento francese ha creato un nuovo genere, il fantastico, in cui si rispecchia il lato oscuro del mondo moderno: ansie, spaventi, ossessioni erotiche, funebri. Le sue storie si svolgono sempre tra vita e morte, sogno e veglia, pazzia e saggezza, nella ricerca sorprendente. Ecco, questo cercano di ricreare i miei racconti, utilizzando l’aristocrazia ferrarese e il periodo tra devoluzione e unità d’Italia come propria collocazione storica, geografica e sociale.

  • I personaggi dei vari racconti sono inventati o realmente esistiti?

Quello che io cerco nei libri che leggo e giocoforza in quelli che scrivo è la verosimiglianza.

Non mi interessa essere un cronachista che parla e descrive fatti realmente accaduti, ma vorrei essere uno scrittore che racconta storie che potrebbero essere accadute, poiché hanno tutte le caratteristiche e collocazioni temporali perché lo possano essere stato.

Per fare questo è stato necessario da una parte tirare in ballo le famiglie ben documentate nella storia di Ferrara, ma allo stesso tempo creare personaggi che magari portano quei nomi, ma che nella realtà storica non sono esistiti, almeno così come io li descrivo. Così mentre le famiglie Bentivoglio, Trotti, Varano, Bevilacqua, Braghini ecc. rientrano di diritto nell’albero genealogico ferrarese, Federico, Oreste Lucrezia, ecc. sono personaggio del tutto inventati e casualmente o meglio verosimilmente, sono stati anche nomi presenti nella storia ferrarese.

  • Quanto è stata determinante la scelta del linguaggio per la resa di questi racconti?

Qui cercherò di essere molto breve. Per me l’utilizzo del linguaggio è fondamentale. Un linguaggio adatto alla situazione e al luogo. Anche in questo caso l’utilizzo delle parole è stato misurato pensando al periodo e a chi tali frasi pronunciava. Anche attraverso questo passa la verosimiglianza.

  • C’è una storia che le è piaciuto particolarmente scrivere?

Di solito si dice che ogni racconto, ogni romanzo, ogni poesia è come un figlio. Può anche essere vero però nel caso di questo libro, certamente la storia che mi è più piaciuto scrivere è “Una storia di tanti anni fa”, perché mi ha molto stimolato poter descrivere una storia su tre piani temporali: un presente e due passati, intrecciando gli schemi. E’, come si può ben capire, anche in questo senso, una ricerca del linguaggio che poi è il senso della letteratura. Il linguaggio che spiega e che evoca le sensazioni.

 

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