Espressione paradigmatica della improvvisa transizione al nuovo mondo segnata dalla spedizione in Oriente di Alessandro Magno, la riflessione di Pirrone – ritenuto, a torto o a ragione, l’iniziatore dello scetticismo – si configura a tutti gli effetti come un “pensiero di rottura”. Pirrone si situa infatti nel preciso momento in cui la coscienza greca, proiettata in Oriente e ormai impotente di fronte al tramonto della polis, perde alcune verità e non riesce ancora a trovarne altre. Il suo pensiero testimonia dunque il declino ellenistico dei valori e delle certezze tradizionali, corrose da un dubbio radicale.
Ma fin dove si è spinto, in Pirrone, il dubbio? Ha forse travolto – come spesso si è detto – ogni certezza? O, piuttosto, ha lasciato “in piedi” alcune verità limitandosi a metterne tra parentesi altre?
Si tratta, allora, di distinguere Pirrone dallo scetticismo che a lui si è richiamato, per misurare quali furono effettivamente la profondità e la radicalità della sua scepsi. Quel che è certo è che Pirrone si sarebbe stupito di essere indicato come “fondatore” dello scetticismo. Egli non volle fondare ciò che da lui è nato. Ma il “fondatore” dello scetticismo quale si è sviluppato in Grecia, ossia di una scuola che non è una scuola, di una setta che non è una setta, di una filosofia che non vuole essere una filosofia, poteva essere solo uno che non sapeva e non voleva esserlo, e che, comunque, non era uno scettico nel senso che successivamente ebbe questo termine. È questo il paradosso dell’erma bifronte di Pirrone.
L’autore è conosciutissimo in Italia e all’estero Il suo testo, è di fondamentale interesse per gli studiosi e appassionati di filosofia, per gli studenti e docenti universitari. Numerosissime le sue lezioni nelle principali università italiane ed europee.

