Intervista a Ugo Soragni, già direttore Generale Musei del Ministero dei Beni Culturali

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Giorgione e il culto del sole

In IntervisteNews

Parliamo con Ugo Soragni, architetto già direttore Generale Musei del Ministero dei Beni Culturali e autore per la casa editrice Il Prato di numerosi studi: “Giorgione e il culto del sole. Eresie e significati nella pittura del Rinascimento” (https://ilprato.com/libro/giorgione-e-il-culto-del-sole/); “Costruzioni prospettiche, modelli iconografici, intenzionalità narrative: originalità e derivazioni nella Pala di Castelfranco di Giorgione” (https://ilprato.com/libro/costruzioni-prospettiche-pala-castelfranco-giorgione/) e “Giorgione: la Croce e la Mezzaluna. Il Ritratto di giovane armato e scudiero degli Uffizi tra patto di Blois e impium foedus” (https://ilprato.com/libro/giorgione-la-croce-e-la-mezzaluna/)

 

Intervista all’Autore a cura di Marta Molinari

  • Ci può parlare dei tre libri che ha scritto su Giorgione? Quali sono le peculiarità di ciascuno studio e perché ha deciso di analizzare questa figura?

 Ciascuno dei tre libri raccoglie i risultati di lunghe e analitiche ricerche dedicate a specifiche opere del maestro o di suoi colleghi, allievi od epigoni, intraprese con l’intendimento di individuarne il nucleo significante meno immediato e più profondo.

In assenza di una conoscenza sufficiente del pensiero giorgionesco e delle sue declinazioni non ci resta che fare affidamento – privi come siamo quasi totalmente di documenti utili – sulla storicizzazione delle sue opere, delle quali dobbiamo cercare di intravvedere i veri contenuti.

Non si deve dimenticare che, al pari di molti altri artisti rinascimentali, Giorgione usa il tema iconografico volta per volta prescelto per sviluppare e comunicare, in modo generalmente piuttosto ermetico, le proprie inclinazioni e i propri convincimenti politici, religiosi e spirituali; su molti dei quali egli non ritiene opportuno o prudente intrattenersi in modo aperto, in quanto contrastanti con i dettami della burocrazia civile o ecclesiastica.

Giorgione non resta dunque indifferente agli eventi – storici, culturali o cronachistici – di cui è spettatore o protagonista e non ritiene di potersene sbarazzare rifugiandosi in una dimensione creativa permeata di tensioni liriche o intimiste.

Al contrario egli si propone di registrare e commentare tali accadimenti con determinazione e – talvolta – con penetrante durezza. Solo uno sforzo critico di questo genere può spianare la strada all’aspirazione degli studiosi più responsabili a giungere, nell’arco forse di qualche decennio, ad una comprensione storicamente adeguata della figura del pittore. Diversamente dovremo accontentarci ancora a lungo di una lettura puramente stilistica o, peggio, meramente congetturale e soggettiva della sua poetica, rassegnandoci ad assistere, tutt’al più, a qualche irrilevante aggiunta o sottrazione al suo catalogo.

Altra cosa rispetto all’ambizione, propria ogni disciplina storiografica, di portare il proprio contributo – per quanto specialistico – alla costruzione di quell’ideale quadro storico generale rappresentativo di un determinato periodo o contesto: impegno al quale la storia dell’arte non ha alcuna buona ragione per sottrarsi.

Vorrei sottolineare, a titolo di esempio, le conclusioni cui è pervenuto l’ultimo studio giorgionesco che ho pubblicato, dedicato al Ritratto di giovane armato e scudiero degli Uffizi. Un quadro suggestivo e bellissimo, interpretato finora, piuttosto banalmente, come una narrazione di ispirazione sentimentale, nel quale si riflettono invece a mio giudizio, accanto ad indubbi riflessi autobiografici e introspettivi, le drammatiche scelte alle quali la politica veneziana è messa di fronte alla fine del primo decennio del XVI secolo, quando alla coalizione promossa contro di essa dal papato romano, aderiscono minacciosamente tutte le principali potenze continentali dell’epoca.

La scelta di occuparmi di Giorgione è derivata dunque, in disparte la sua affascinante qualità pittorica, dalla sua capacità straordinaria, mai eguagliata da qualsiasi altro artista del suo tempo, ivi compreso Leonardo, di stratificare tanto efficacemente nelle proprie opere una pluralità di livelli comunicativi, accessibili solo a chi ne avesse posseduto intellettualmente le chiavi interpretative.

  • Questi studi sono frutto della sua precedente attività di direttore generale dei beni culturali del Veneto, incarico che ha ricoperto dal 2007 al 2014?

 Il mio impegno nell’amministrazione dei beni culturali è stato certamente un’opportunità di rilievo per conoscere meglio il Veneto e le sue quasi inesauribili risorse artistiche e culturali, consentendomi di accedere a luoghi, collezioni ed archivi normalmente sottratti alla conoscenza del grande pubblico.

Un altro aspetto positivo di questa lunga esperienza professionale è stata l’acquisizione di una certa familiarità con i problemi del restauro artistico e dunque con gli aspetti materiali delle opere d’arte, tanto da indurmi a riflettere sempre – al cospetto di un capolavoro artistico – sulla fedeltà dell’opera alla sua facies originaria o, viceversa, sulle alterazioni o manomissioni delle quali possa essere stata oggetto.

Non direi tuttavia che possano istituirsi correlazioni dirette tra l’impegno dirigenziale nel Ministero e la ricerca storiografica sfociata nei volumi cui lei fa riferimento. Il lavoro per la tutela del patrimonio culturale, svolto non solo nel Veneto ma in altre regioni italiane e presso l’amministrazione centrale, ha sottratto anzi molto tempo ed energie agli studi storico artistici.

  • Se dovesse incentivare l’interesse verso questo incredibile artista, soprattutto nei giovani, come lo definirebbe? Perché Giorgione è Giorgione? Che cosa lo ha reso grande?

 Come ho accennato prima Giorgione è uno straordinario commentatore della cultura e degli eventi del suo tempo. Sul piano tecnico la sua grandezza risiede nell’aver sviluppato in una direzione personalissima i princìpi introdotti da Leonardo – artista con il quale i rapporti ritengo siano stati stretti e ricorrenti – nella rappresentazione della natura sotto l’effetto della scomposizione della luce, giungendo gradualmente ad annullare il valore del disegno a tutto favore del tonalismo cromatico.

Sul piano dei contenuti il suo tratto di maggiore rilievo consiste nella capacità di sintetizzare significati complessi ricorrendo a pochi ed essenziali connotati gestuali e a dettagli destinati a passare spesso inosservati. Per dirla in due parole Giorgione è uno straordinario ed inarrivabile comunicatore, in grado di retrocedere alla dimensione dell’artificio più scontato i pur raffinati giochi linguistici e i rebus comunemente usati all’epoca da alcuni grandi maestri, a partire dallo stesso Leonardo per finire, solo a volerne citare alcuni, con Carlo Crivelli, Vincenzo Catena, Dosso Dossi.

Giorgione, ovviamente, non si rivolge a chiunque ma solo a coloro che, in qualità di committenti o di estimatori delle sue opere, si fossero rivelati a lui prossimi per estrazione culturale, politica e religiosa, per un’analoga condivisione della complementarietà reciproca tra pittura, poesia e musica, per una paragonabile adesione all’impiego della metafora e del gioco linguistico.

Tanto che di molti dei suoi più celebrati capolavori si dovrebbe sottolineare la caratterizzazione apertamente “multimediale”, ovverosia il loro legame di dipendenza dai testi poetici e musicali che ne avranno accompagnato l’ideazione e la successiva contemplazione da parte dei ristretti gruppi di conoscitori ammessi privatamente al loro cospetto. La decifrazione dei significati racchiusi nelle opere di Giorgione e di altri grandi pittori dell’epoca non richiede tuttavia né intuizioni rabdomantiche né l’affidamento a scoperte fortuite ma una paziente e ostinata disamina delle circostanze e dei presupposti che ne rappresentano il contesto ideativo. In questo senso la grande lezione impartita dal compianto Enrico Guidoni con i suoi studi sulla pittura del rinascimento resta un riferimento fondamentale.

  • Ha in programma di scrivere altri libri sull’argomento?

 Sto lavorando da quasi due anni, tra i diversi impegni, ad una monografia sulla cosiddetta Laura del Kunsthistorisches Museum di Vienna.

Un’opera di difficilissima interpretazione, decurtata delle sue dimensioni originarie già nella prima metà del XVI secolo e gravemente alterata nel suo formato all’inizio del XVIII. Un’opera sulla quale si sono accaniti vari studiosi, persuasi trattarsi – contro ogni evidenza e logica – del ritratto celebrativo di un’unione coniugale.

L’interpretazione cui sono pervenuto è risultata, come spesso mi è accaduto studiando l’opera di Giorgione, del tutto imprevedibile rispetto alle apparenze iniziali ma, al tempo stesso, ampiamente sostenuta dagli indizi disseminati a piene mani dall’artista in ogni sua piega.

  • In che modo, secondo lei, l’arte può stimolare la società?

Ad essere sincero non credo che la conoscenza dell’arte possa rivestire un’importanza maggiore, nella formazione civile dei cittadini, di quella della letteratura o delle discipline tecniche o scientifiche.

Il vero problema è che l’Italia è un paese profondamente arretrato culturalmente. Registriamo livelli bassissimi nella predisposizione alla lettura, nella frequentazione consapevole di musei, teatri e concerti, luoghi ed edifici storici. La percentuale di italiani in grado di esprimere concetti anche semplici con una chiarezza e una precisione linguistica appena sufficienti è a livelli inferiori a quelli del secondo dopoguerra, quando pure l’analfabetismo era fenomeno diffuso.

Basta riascoltare le interviste di Mario Soldati agli operai italiani alla fine degli anni cinquanta per cogliere il divario che incredibilmente ci separa dalla proprietà di espressione di cui erano capaci quelle pur poco istruite e modeste persone.

I mezzi di comunicazione ci mostrano impietosamente che larga parte dei nostri connazionali non riesce ad articolare un ragionamento che non sia un assemblaggio confuso di frasi fatte e di luoghi comuni, mentre il dilagare dell’uso di termini anglosassoni si accompagna paradossalmente ad un grado di conoscenza delle lingue straniere che è tra i più bassi di tutta l’Unione europea.

In questo quadro non dobbiamo stupirci della lunghissima e persistente tradizione di incuria e disinteresse verso la nostra arte, i nostri insediamenti storici, il nostro paesaggio.

Guido Piovene aveva già osservato, nel suo Viaggio in Italia, scritto nel lontano 1957, che in nessun altro luogo che non fosse stato l’Italia sarebbe stata consentita impunemente una loro deturpazione tanto sistematica e pervicace. La funzione di crescita che lei auspica in capo all’arte è sicuramente veritiera ma l’attribuirei allo studio e all’istruzione in generale, senza troppe distinzioni disciplinari.

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